Tutto cambia, anche nel mondo delle dipendenze e nel modo di affrontarle. Lo verificano quotidianamente Cristina Giovanardi, responsabile terapeutica di AISE, e lo psicologo e psicoterapeuta Alessandro Tichitoli, supervisore delle comunità per minori di AISE, intervistati da Micol Sarfatti per un’inchiesta sulle comunità terapeutiche in Italia.

Tante le differenze fra ieri e oggi, tutte viste da Cristina Giovanardi e da chi si occupa di dipendenze da decenni.

Come spiegato nell’inchiesta, negli anni ’80 le comunità terapeutiche nascevano in risposta all’emergenza eroina, erano spesso guidate da persone carismatiche, non necessariamente medici, prevedevano percorsi di cura e sostegno della durata di qualche anno e davano molto rilievo alle sedute e terapie di gruppo.

Le comunità oggi, 922 nel territorio nazionale, lavorano in un contesto lontanissimo rispetto a quello di quarant’anni fa. L’odierna società “liquida”, che privilegia il singolo rispetto alla collettività, moltiplica i tipi di dipendenze e vede estendersi il “poliuso”: l’utilizzo in contemporanea di più sostanze psicoattive, con pesanti ripercussioni a livello fisico, psicologico e neurologico.
Uno scenario così complesso e mutato richiede alle comunità una diversa organizzazione e competenze adeguate: staff di medici e psicologi coadiuvati da altri professionisti, oltre che da artigiani e persone in grado di insegnare un mestiere.

AISE, continuando a evolvere sin dalla sua fondazione 40 anni fa, ha un’équipe di educatori, psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, una rete di collaboratori, una comunità residenziale per adulti in Piemontedue comunità per minori in Lombardia, un alloggio per l’autonomia, il centro terapeutico per adolescenti e adulti Montevideo19 a Milano.

Così strutturata e organizzata AISE può prendersi cura di tutti e di ciascuno, nei tempi e modi più adatti a ogni persona e ai suoi specifici problemi da risolvere.
Ai tradizionali percorsi nella comunità residenziale per adulti  ha aggiunto percorsi terapeutici Pit-Stop che alternano un periodo residenziale a incontri nel centro terapeutico Montevideo 19, permettendo a chi ha lavoro e famiglia di conciliare le esigenze di cura con la vita privata e professionale.

Perché chi ha una dipendenza, oggi, non sempre risponde allo stereotipo della persona con un forte disagio socio-economico-culturale. Come racconta Cristina Giovanardi, c’è l’avvocato affermato che beve vodka sin dal mattino, perché inodore, o il padre cinquantenne che si fa le canne con i figli, per esempio.

E per quanto riguarda i giovani? Anche in questo caso, non sempre gli adolescenti con problemi di dipendenza provengono da situazioni di forte degrado. Talvolta hanno genitori poco autorevoli o presenti, che non riescono a interpretare quanto sta accadendo ai loro figli.

Come spiega lo psicologo e psicoterapeuta Alessandro Tichitoli, i giovani che non reggono la frustrazione in un’epoca che sopravvaluta la perfezione e la competitività, trovano nella dipendenza una forma, paradossale, di “autocura”.
AISE accoglie gli adolescenti bisognosi di aiuto con percorsi terapeutici personalizzati presso il centro Montevideo 19 che coinvolgono l’intera famiglia, e, se necessario, prevedono l’inserimento in una comunità per minori.